Povertà in Italia: triplicata in 11 anni. Penalizzati minori e giovani

Povertà in Italia: triplicata in 11 anni. Penalizzati minori e giovani

Sofia Gorgoni
Categorie: Stili di vita
 

La povertà in Italia è ancora alta, anzi, segna un rialzo rispetto al 2015. Ad essere penalizzati sono soprattutto i minori: le difficoltà aumentano nelle famiglie numerose, dove ci sono più figli piccoli. A decretarlo sono i numeri dell’Istat. Nel 2016 le famiglie in condizioni di povertà assoluta erano un milione 619mila, per un totale di 4 milioni 742mila persone, 144 mila in più del 2015. In rapporto al numero di famiglie (25,7 milioni) e di residenti in Italia (60 milioni), l’incidenza della povertà assoluta è stata pari al 6,3% delle famiglie (contro il 6,1% del 2015) e al 7,9% degli individui (7,6% nel 2015).

Essere poveri assoluti, nella classifica Istat, significa non essere in grado di acquistare un paniere di beni e servizi «essenziale a uno standard di vita minimamente accettabile» (che cambia in base al numero di componenti familiari, all’età e al comune di residenza). Una situazione che si ripercuote sulla salute della popolazione più disagiata che tende a risparmiare anche in cure e prevenzione e mette a rischio di esclusione sociale. Spicca la differenza maggiore con il 2015 nelle famiglie con tre o più figli minori, dove il tasso di povertà assoluta è stato nel 2016 del 26,8% contro il 18,3% dell’anno precedente. Non viene risparmiato dall’aumento di difficoltà neppure il Centro Italia, in particolare nei comuni medio-piccoli (fino a 50mila abitanti).

Insomma, ad essere penalizzati sono di più i minori: risalendo indietro nel tempo, rispetto al 2005, si osserva il peggioramento dell’incidenza della povertà assoluta tra i bambini, dal 3,9% al 12,5% e tra i giovani, anch’essa triplicata (dal 3,1% al 10%).
Si conferma, quindi, la relazione inversa tra poveri assoluti ed età: la percentuale di indigenti scende infatti al crescere delle fasce d’età osservate. Il minimo tocca i nuclei col capofamiglia ultra sessantaquattrenne (3,9%), il massimo le famiglie con la persona di riferimento sotto i 35 anni (10,4%). Il lavoro conta molto. Nelle famiglie operaie la povertà assoluta è doppia (12,6%) della media, mentre tra quelle di quadri e impiegati il tasso scende all’1,5%.

L’Istat fa il calcolo anche della povertà relativa in Italia che equivale a una capacità di spesa non superiore alla metà di quella media. Per esempio, per una famiglia di due componenti il tetto è pari alla spesa media di una persona, cioè 1.061 euro al mese nel 2016. La povertà relativa ha riguardato il 10,6% delle famiglie (10,4% nel 2015), cioè 2 milioni 734mila, per un totale di 8 milioni 465mila persone, il 14% dei residenti (13,7% nel 2015). Anche la povertà relativa aumenta con la dimensione familiare (come per quella assoluta): raggiungendo il 30,9% tra i nuclei con 5 o più componenti. Ad essere colpiti sono i nuclei giovani, raggiungendo il 14,6% tra quelli con persona di riferimento under 35. Nelle famiglie operaie il tasso è del 18,7%, del 31% in quelle dove il capofamiglia è disoccupato. Dal 2018, a seguito della riforma del governo Renzi, per contrastare la povertà si userà il Rei, reddito di inclusione (da un minimo di 190 a un massimo di 485 euro a famiglia) che sostituirà il Sia, Sostegno all’inclusione attiva. La spesa prevista è di 1,7 miliardi.

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