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Disturbo bipolare: strumento valuta rischio nei bimbi

Categorie: Bambini - Psicologia
 

Volevano riuscire a stimare il rischio di sviluppare il disturbo bipolare tra i figli di coloro che ne soffrivano. Così, un team di ricercatori, coordinati da Danella Hafeman dell’Università di Pittsburgh, in Pennsylvania, ha messo a punto uno strumento per analizzare i dati del Pittsburgh Bipolar Offspring Study (che riguardava bambini dai 6 ai 17 anni, figli di genitori che soffrivano di disturbo bipolare di tipo I e II, reclutati tra il 2001 e il 2007 e seguiti per più di nove anni).

In totale, 412 bambini sono stati ritenuti a rischio, di cui circa la metà erano femmine, con un’età media di 12 anni alla prima visita. Cinquantatré giovani, il 13%, hanno sviluppato BPSD durante il periodo di follow-up, a un’età media di 14 anni, inclusi 18 con disturbo bipolare I o II. Questi partecipanti hanno totalizzato 1.058 visite, di cui 104, circa il 10%, precedevano l’inizio della BPSD, mentre 66 visite, il 6,3%, sono state seguite dal passaggio a disturbo bipolare entro cinque anni.

Lo strumento messo a punto dai ricercatori fa un calcolo del rischio tra 0 e 100%. Un medico, dunque, “potrà decidere di monitorare sia un bambino con rischio di conversione del 60%, sia uno con rischio 5%”, ha sottolineato la ricercatrice americana. Inoltre, il calcolatore potrebbe aiutare a valutare l’impatto dei diversi farmaci su chi è a rischio e se gli stabilizzatori dell’umore, o gli antidepressivi, influenzano il rischio di conversione. Secondo Myrna Weissmann, epidemiologa del Columbia University Medical Center di New York, lo studio è “molto interessante” perché considera una malattia psichiatrica a livello di patologie cardiovascolari o di alcuni tumori.

“Credo che il passo successivo sia monitorare elettronicamente alcuni fattori di rischio come il sonno e i momenti di attività”. Così si potrebbe individuare precocemente la malattia, migliorando i risultati del trattamento, ha sottolineato l’esperta, che non era coinvolta nello studio.

Lo studio è stato pubblicato su JAMA Psychiatry.

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