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WEF: donne, giovani e laureate più penalizzate nel lavoro. Report 2017

Sofia Gorgoni
Categorie: News
 

In Italia non esiste parità di genere, ma il problema è più grande e coinvolge anche i giovani e le persone istruite. A dirlo è la classifica generale nel Global Gender Gap Report 2017 del World Economic Forum (Wef) che su 144 Paesi del mondo, vede l’Italia ottantaduesima. Siamo dietro alla Grecia. In un anno il calo è stato di ben 22 posizioni.
L’Italia è la peggiore d’Europa, con esclusione di Cipro e Malta, ma anche di Paesi asiatici come Russia, Filippine, Kazakhstan, Mongolia, Bielorussia, Thailandia, o africani come Ruanda, Burundi, Kenya, Uganda, Botswana, o centro-sudamericani come Colombia, Argentina, Messico.

Eppure – in tema di squilibri – l’Italia ha leggi contro la discriminazione femminile, contro la violenza domestica, contro la discriminazione delle figlie nei diritti di successione, per la tutela delle mogli nelle cause di separazione e pure uno dei congedi parentali per le neomamme tra i più generosi al mondo. Ma queste leggi servono a poco nel mercato del lavoro, perché le politiche di sostegno alla conciliazione tra vita e lavoro sono pressoché inesistenti.

Secondo il Wef l’Italia ad oggi non è un paese a misura di una giovane donna istruita. Il 61,5% delle donne che lavorano in Italia non vengono pagate per niente o non adeguatamente, contro il 22,9% degli uomini.

L’unica cosa in cui l’Italia eccelle nella classifica del World Economic Forum è l’educazione. Le iscrizioni delle donne all’università superano infatti quelle maschili di 36 punti percentuali. A completare il percorso di studi è il 17,4% della popolazione femminile, contro il 12,7% dei maschi. Tuttavia le donne lavorano meno. La disoccupazione è più alta tra le donne (12,8% contro il 10,9%) così come le persone senza lavoro scoraggiate (40,3% contro il 16,2% degli uomini).

La disoccupazione triplica tra i giovani e ancora di più tra le giovani donne: la disoccupazione giovanile femminile è quasi di quattro punti percentuali più alta di quella giovanile maschile (37,6% a 33,8%). Inoltre, ogni giorno, una donna lavora 512 minuti contro i 453 di un suo collega; le donne lasciano molto di più e molto prima il mercato del lavoro.

Nel Rapporto, emerge in particolare che in Italia il Parlamento è formato solo dal 31% da donne, e nei ministeri la loro presenza è limitata al 27,8%. Insomma, soprattutto per quanto riguarda il potere politico, il divario di genere (anche se ridotto rispetto al passato) è comunque molto ampio e si è allargato negli ultimi dieci anni.

Siamo al 90 esimo posto come partecipazione alla forza lavoro e al 103esimo posto per salario percepito (gli uomini guadagnano di più delle donne).

A livello globale il divario di genere, spiega il Wef, è al 68% e si è comunque allargato. Con questi ritmi, ci vorranno 100 anni per colmarlo rispetto agli 83 stimati lo scorso anno: si tratta di una stima fatta a livello globale, come media tra i 61 anni dell’Europa occidentale e i 168 anni nel Nord America. Eppure, segnala il Wef, se si colmasse la parità di genere il Pil del mondo aumenterebbe di 5,3 miliardi di dollari. Sui 144 paesi presi in esame, l’Islanda si conferma al primo posto nel quale il divario è all’88%. Nella top ten, oltre ai paesi scandinavi, c’è anche il Nicaragua e la Slovenia mentre gli Usa perdono posizione e arrivano al 49esimo posto.

 

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