Antonio Marfella, l'oncologo napoletano che ha scelto di curarsi al Nord

Caso Marfella, medici divisi. Il dg Bianchi: «Nessuno ci fermerà»

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Sapendo che il vostro oncologo napoletano (ammalatosi di cancro alla prostata) ha scelto di volare a Milano per farsi operare, anziché farsi curare nell’ospedale nel quale lavora, voi cosa fareste? La domanda è più che legittima, e certamente se la stanno ponendo moltissimi pazienti dell’Istituto Pascale di Napoli dopo le incredibili rivelazioni pubblicate dal Corriere del Mezzogiorno su quello che è ormai divenuto per tutti il «caso Marfella». L’oncologo napoletano, come si legge nell’articolo del Corriere a firma di Roberto Russo, un mese fa ha scoperto di avere un cancro alla prostata. Nella sfortuna, avrebbe detto qualcuno, è stato fortunato, perché conosce bene la materia e lavora all’Istituto per i tumori di Napoli. Insomma, avrà modo di ricevere le migliori cure. La scelta di Marfella apre invece ad uno scenario molto diverso. «Non ho difficoltà a far sapere che, pur lavorando al Pascale, sono in lista di attesa per operarmi all’Ieo di Milano».

Luci e ombre

Le dichiarazioni di Marfella, ferma la sua libertà di scegliere dove e come curarsi, hanno scatenato un comprensibile polverone. Trai sui detrattori c’è chi afferma che un comportamento simile sia poco utile a tutti quei pazienti che sono in cura a Napoli e che ora potrebbero sentirsi persi. A favore di Marfella quanti invece lo lodano per il coraggio di aver detto le cose come stanno. Molti pareri discordanti anche all’interno della categoria dei medici. Volendo vedere il bicchiere mezzo pieno, di certo il dibattito delle prossime settimane servirà ad accendere i riflettori su un tema molto delicato e complesso. E chi sa che tutto questo non possa alla fine mettere un punto, in un senso o nell’altro, a dubbi e incertezze che ci sono da ben prima del «caso Marfella».

«Nessuno ci fermerà»

Intanto, la reazione dell’Istituto di Napoli è essenzialmente in una lettera a firma del direttore generale Attilio Bianchi: «Il dottor Antonio Marfella, nostro dipendente, al quale va tutta la mia umana comprensione, ha scoperto di recente di essere affetto da un tumore. Naturalmente, in quanto paziente, ha il diritto di scegliere in piena libertà le cure da ricevere e il luogo dove riceverle. Tuttavia la scelta di rendere pubblica la sua condizione di malattia e con essa il luogo dove curarsi non può trasformarsi in un ingiustificato, ingeneroso e gratuito discredito per l’istituzione sanitaria e di ricerca per la quale lavora da oltre trenta anni e che ogni giorno si prende cura di tanti uomini e donne che come il dottor Marfella sono colpiti dal cancro e che vivono la malattia con grande dignità, certezza di cura e speranza di guarigione. Una speranza di guarigione che sempre di più si trasforma in sconfitta della malattia grazie all’impegno quotidiano di tanti medici, ricercatori, infermieri e tecnici che non si arrendono mai. Una speranza che sempre più si invera in una istituzione di ricerca e cura che, come la Fondazione Pascale, è divenuta punto di riferimento oncologico non solo del meridione d’Italia. Le dichiarazioni alla stampa del dott. Marfella che feriscono tutti noi, ma che soprattutto feriscono quanti si affidano alle cure del nostro Istituto, non ci debbono indurre a reazioni impulsive, ma debbono, invece, essere l’occasione per spiegare meglio quanto stiamo facendo e quanto siamo cresciuti e quanto ancora cresceremo. Nessuno ci fermerà. Ci spinge l’urgenza di sconfiggere il cancro.

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