Troppo seduti fa invecchiare il cervello, non è solo questione di linea. Lo studio

Troppo seduti fa invecchiare il cervello, non è solo questione di linea. Lo studio

Sofia Gorgoni
Categorie: Prevenzione
 

Stare per troppo tempo su una sedia o sul divano può esporre al rischio demenza. La sedentarietà, quindi, non danneggia solo il metabolismo, ma anche il cervello. Ad affermarlo è uno studio dell’Università della California di Los Angeles (UCLA), condotto su persone di mezz’età e su anziani, che ha evidenziato come stare troppo seduti sia associato ad alterazioni morfologiche delle aree cerebrali che hanno il compito di formare nuovi ricordi.

La sedentarietà è un fattore di rischio ormai assodato, per patologie cardio-metaboliche (dall’infarto al diabete) e mortalità precoce, ma lo studio appena pubblicato su Plos One aggiunge un tassello inedito alla lista delle ricadute negative.

Lo studio
Sono stati coinvolti 35 soggetti di età compresa tra i 45 e i 75 anni ai quali è stato chiesto di indicare il livello di attività fisica giornaliero e il numero medio di ore trascorse ogni giorno da seduti, nell’arco della settimana precedente. Tutti sono stati sottoposti a risonanza magnetica ad alta risoluzione, per uno studio in dettaglio del lobo temporale mediale (MTL), regione coinvolta nella formazione dei nuovi ricordi.

I risultati
Stare seduti a lungo rappresenta un predittore importante di assottigliamento del MTL. Un fattore di rischio che non può essere bilanciato neppure dallo svolgere regolarmente attività fisica, anche se ad alti livelli.

Conclusioni
Ora i ricercatori della UCLA hanno in progetto un nuovo studio che possa confermare e dare nuovi dettagli su questa correlazione. Per ora dunque è possibile parlare solo di ‘associazione’ e non di rapporto causa-effetto. L’assottigliamento delle strutture del MTL può rappresentare un precursore del declino cognitivo e della demenza nei soggetti di mezz’età-anziani. Combattere la sedentarietà potrebbe diventare un fattore ancora più importante di prevenzione, soprattutto nei soggetti a rischio demenza.

 

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