Una ricercatrice a lavoro

Alzheimer, la cura è più di una speranza

 

La malattia di Alzheimer potrebbe avere “gli anni contanti”. Una nuova scoperta, che arriva (lo diciamo con orgoglio) da uno studio italiano, apre infatti le porte alla speranza per centinaia di miglia di pazienti in tutto il mondo. I ricercatori della Fondazione EBRI Rita Levi-Montalcini hanno individuato una molecola che “ringiovanisce” il cervello bloccando l’Alzheimer nella prima fase. Si tratta dell’anticorpo A13, che favorisce la nascita di nuovi neuroni e contrasta così i difetti che accompagnano le fasi precoci della malattia. Lo studio è stato effettuato su topi che, così trattati, hanno ripreso a produrre neuroni ad un livello quasi normale. Una strategia, secondo i ricercatori, che apre nuove possibilità di diagnosi e cura. Lo studio è coordinato da Antonino Cattaneo, Giovanni Meli e Raffaella Scardigli, presso la Fondazione EBRI (European Brain Research Institute) Rita Levi-Montalcini, in collaborazione con il CNR, la Scuola Normale Superiore e il Dipartimento di Biologia dell’Università di Roma Tre. E’ stato pubblicato sulla rivista Cell Death and Differentiation.

SCIVOLARE NELL’OBLIO

La ragione per la quale la notizia sta rapidamente facendo il giro del mondo è semplice: la malattia di Alzheimer è un nemico crudele e implacabile. Immaginate che il vostro mondo sparisca, un po’ alla volta. Lentamente, e al principio in maniera consapevole, si scivola nell’oblio. Il sintomo precoce più frequente è la difficoltà nel ricordare eventi recenti, o ricordare parole di uso comune. Con l’avanzare dell’età i sintomi peggiorano , spesso insorgono fasi di  afasia, disorientamento, cambiamenti repentini di umore, depressione, incapacità di prendersi cura di sé, problemi nel comportamento. Tutto questo porta la persona colpita da malattia di Alzheimer a isolarsi nei confronti della società e della famiglia. A poco a poco, le capacità mentali basilari vengono perse. Anche se la velocità di progressione può variare, l’aspettativa media di vita dopo la diagnosi è dai tre ai nove anni. Ecco perché la speranza di una cura è un raggio di luce che tutti aspettano.

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