Donne single, madri grazie alla fecondazione assistita. nella foto Una donna in gravidanza nuota

Donne single, madri grazie alla fecondazione assistita. L’intervista

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Molte donne hanno realizzato il sogno di diventare madri grazie alla fecondazione assistita, anche in assenza di un partner. La decisione di formare una famiglia mono-genitoriale è una realtà sempre più diffusa anche in Italia, sebbene la legislazione italiana non consenta ancora alla donna single di accedere ai programmi di fecondazione assistita. Sull’argomento restano ancora molti dubbi e perplessità. Ne abbiamo parlato con la dottoressa Valeria Giamundo, psicoterapeuta cognitivista. 

Dott.ssa Giamundo, da anni segue donne single diventate madri grazie alla PMA. Perché  si rivolgono a lei?

Ho iniziato a seguire la prima madre single 10 anni fa, quando la figlia di 4 anni ha incominciato a chiedere del padre e lei non sapeva cosa risponderle. Poco dopo sono venute alcune sue amiche e altre donne che partecipavano a un forum dedicato alle mamme singleAncora oggi la maggior parte delle donne che intraprendo il progetto di fecondazione assistita, richiedono una consulenza psicologica durante il percorso della maternità, solo quando si manifestano le prime difficoltà nella crescita dei figli. In molti di questi casi l’approccio diviene una sorta di “terapia riparativa”. 

Che età hanno le sue pazienti e dove si trovano i Centri a cui si rivolgono?

Normalmente si tratta di donne con un’età che supera i 40 anni. La Spagna è la scelta più gettonata, poiché la legislazione spagnola consente l’accesso a queste procedure a qualsiasi donna, a prescindere dalla sua età, dal suo stato civile e dal suo orientamento sessuale. Ma le donne italiane single scelgono la Spagna anche per la rigorosa attenzione medica e i parametri rigidi di sicurezza nel caso di donazione di ovociti o di sperma. 

Un bambino che non ha come riferimento due genitori ma uno soltanto, viene condizionato nella formazione e nel carattere?

Oggi i ruoli in famiglia non sono più nettamente definiti come un tempo; una mamma può sopperire ad alcune mancanze e assumere il doppio ruolo genitoriale. Tuttavia, nel bambino rimane la necessità di sperimentare questa doppia funzione genitoriale e di potersi confrontare con un modello maschile e uno femminile. Ma il vuoto che potrebbe derivare dall’assenza di una figura paterna può essere compensato da altre figure significative, cui far riferimento durante la crescita: uno zio, un nonno, un amico caro di famiglia. Un padre può essere assente perché deceduto, perché abbandonico, o può anche essere una presenza abusiva e distruttiva; la sua partecipazione è auspicabile, ma non necessaria. Analizzando le ripercussioni negative sui percorsi evolutivi è evidente che sono più i danni arrecati da una cattiva presenza che da un’assenza effettiva. Ma questo vale sia per la figura paterna che per la figura materna. Quali che siano le ragioni per cui il padre non c’è, una mamma single per scelta dovrà affrontare diversi problemi, non ultimo quelli legati al pregiudizio.

Cosa pensano gli italiani?

Per alcuni questa è ancora considerata una scelta aberrante; i moralisti affermano che sarebbe più opportuno che i single ricorrano all’adozione, ma anche questo è un percorso  complicato in Italia. Le donne single, nel nostro Paese, possono accedere (assai raramente) solo alle cosiddette “adozioni particolari”. Per esempio possono adottare più facilmente bambini con disabilità; e ciò non ha un fondamento scientifico che lo supporti. Tralasciando, inoltre, che proprio questi bambini hanno bisogno di un sostegno maggior e potrebbero meglio avvalersi di duplici risorse genitoriali. 

Quali sono dunque le difficoltà che dovrà affrontare una madre single per scelta?

Le difficoltà sono di natura economica, sociale e psicologica. Oltre alle normali difficoltà che ogni genitore incontra nell’espletamento della funzione genitoriale, nel caso più specifico si aggiungono: il maggior carico economico, maggiori difficoltà organizzative (ad es. nell’integrare le funzioni genitoriali con quelle professionali), il maggiore peso delle responsabilità, il senso di solitudine nelle scelte educative e, infine, il pregiudizio sociale. Ma essere una brava madre non ha nulla a che fare con lo stato civile; la capacità di prendersi cura è una disposizione che attiene anche alle persone single o senza figli. 

Quali consigli darebbe a queste madri?

Le mamme single devono sapere sin dall’inizio che i bambini faranno delle domande e si aspetteranno di ricevere delle risposte chiare e oneste. Alcune mamme si trovano impreparate a rispondere, o forniscono risposte affrettate, talvolta discreditanti sulla figura paterna. Altre mamme rendendo l’argomento tabù, generando un alone di mistero che finisce per inquinare il mondo della fantasia del minore e inficiare la relazione di fiducia con la figura materna. Questa invece dovrebbe avere un atteggiamento autentico e sincero verso il figlio; dovrebbe scegliere con cura le parole da usare (a seconda dell’età dei figli) sulla figura paterna; incoraggiarlo a parlare ed esprimere i propri pensieri e i sentimenti rispetto a questa assenza.

Quali sono le esperienze di successo?

I miei riscontri sono perlopiù favorevoli. Gli esiti migliori li ho riscontrati nelle donne che hanno intrapreso il percorso di consulenza prima di rivolgersi ai centri per la fecondazione assistita (dove per altro la consulenza psicologica è solitamente limitata a un singolo incontro). Si tratta, pertanto, di donne che hanno ampiamente elaborato la loro scelta, che hanno acquisito una conoscenza adeguata delle tematiche specifiche, che hanno affrontato le complessa sfaccettature insite nel progetto genitoriale. Le esperienze più positive sono, comunque, quelle dove la madre si avvale di una solida rete familiare. 

Ha avuto esperienze di fallimento?

Si, è il caso di due madri con problematiche psicologiche importanti: una di esse soffriva di una condizione depressiva cronica già prima di intraprendere la gravidanza, e successivamente alla nascita della bambina aveva manifestato un grave scompenso emotivo per il quale assumeva psicofarmaci antipsicotici. Non disponendo di una rete di supporto adeguata fu indirizzata in un centro d’accoglienza e mi fu inviata per un progetto finalizzato a valutare e incrementare le capacità genitoriali. Nel secondo caso, la donna single di 45 anni si era rivolta a me prima di deliberare la scelta, con una lista di criteri e soluzioni che mi lasciarono, sin da subito, perplessa. Aveva tentato di rimanere incinta ricercando rapporti sessuali occasionali con giovani sconosciuti e dopo i numerosi insuccessi aveva iniziato a valutare l’ipotesi della fecondazione assistita optando per il Belgio. Non esprimeva né dubbi, né preoccupazioni in merito al futuro, proponendo soluzioni semplicistiche o addirittura disfunzionaliSono questi io casi in cui un terapeuta, lungi dall’ostacolare il paziente, dovrebbe cercare di “scoraggiare” il progetto e modificare l’orientamento verso altri obiettivi. Non credo che la bellezza insita nella maternità renda, di per sé, legittima una scelta così delicata; pur sostenendo il valore e la liceità di qualunque scelta possa fare l’individuo.

 Qual è l’atteggiamento che un terapeuta dovrà avere verso una paziente che intende avviare la fecondazione assistita?

L’atteggiamento del terapeuta dev’essere aperto, di “ascolto rispettoso” e libero da pregiudizi, ma altresì scrupoloso nel valutare i rischi del singolo individuo. Il terapeuta dovrebbe avere una buona conoscenza sui temi legati alla fecondazione assistita, alla genitorialità e allo sviluppo evolutivo del bambino. L’esperienza sul campo è essenziale e i nostri manuali sono ancora carenti; manca una formazione specifica. Ma la pratica clinica è tutt’altra cosa, non potrà limitarsi all’osservanza di linee guida, di modelli teorici o di precauzioni; ma dovrà affrontare caso per caso i rischi concreti insiti nelle scelte di ciascun single. Quando un genitore arriva con la domanda “sarò in grado di essere un genitore?” Il primo compito è cercare insieme una risposta a questa domanda, consapevoli  che il compito genitoriale è per sua natura costellato di difficoltà e fallimenti che bisognerà fronteggiare. Se il terapeuta individua nella scelta indicatori psicopatologici, dovrebbe considerare la possibilità di “scoraggiare”. Ma una volta affrontati i dubbi, i rischi e le incertezze il percorso può essere “magico ed esclusivo” anche se punteggiato da numerose difficoltà.

Di Anna Laudati.

 

 

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