Plasma iperimmune

Plasma iperimmune, ecco qual è la verità

 

Sul plasma iperimmune si è detto tutto e il contrario di tutto, un dibattito che spesso ha avuto anche toni accesi, tra sostenitori e scettici. Ora uno studio argentino che ha guadagnato la pubblicazione sulla prestigiosa rivista New England Journal of Medicine fa nuova luce. A quanto pare, la terapia ha la massima efficacia se somministrata entro tre giorni dalla diagnosi e se il paziente non ha ancora nessun sintomo. Quindi plasma da convalescente può effettivamente ridurre il rischio di avere il Covid in forma grave, ma solo se somministrato nei primi giorni dell’infezione.

LO STUDIO 

Nello studio sono stati reclutati 160 pazienti sopra i 65 anni, metà dei quali ha ricevuto il plasma e l’altra metà il placebo, tutti al massimo tre giorni dopo la diagnosi. Nel gruppo trattato il rischio di malattia grave è diminuito del 48%. «Dare il plasma troppo tardi – spiega al New York Times Fernando Polack, l’autore principale – è come permettere a un ladro di saccheggiare una casa per ore prima di chiamare la polizia. Mentre una somministrazione precoce può limitare l’infezione quando è ancora sul nascere». Questo è uno dei primi studi a trovare un beneficio nell’uso del plasma iperimmune, ricco di anticorpi contro il virus, una delle prime terapie tentate contro il Covid-19. Sulla stessa rivista circa un mese fa un altro studio aveva ad esempio escluso vantaggi per i pazienti gravi dalla terapia, che non aveva ridotto né il tempo di ricovero né la mortalità.

LA TERZA ONDATA

Intanto, è preoccupante la costante risalita dei casi che si sta registrando anche in Italia. Dal 29 dicembre 2020 al 5 gennaio 2021, si registra un incremento dei nuovi casi di Covid del 26,7% (114.132 rispetto a 90.117), dato che mostra «l’inversione della curva dei nuovi casi, dopo 6 settimane consecutive di calo». A rivelarlo è il monitoraggio indipendente della Fondazione Gimbe. Si tratta, commenta il presidente Gimbe Nino Cartabellotta, «numeri sottostimati dalla decisa frenata del testing nelle ultime due settimane». Secondo la «si intravede l’inizio della terza ondata»mentre «il reale impatto del vaccino è molto lontano» «rischiamo di avere solo il 5% di vaccinati a marzo». 

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