Primo trapianto di trachea, chirurghi in sala operatoria

Trapianto di trachea in un paziente ex Covid

 

Il Covid e l’intubazione gli avevano danneggiato la trachea, i medici – con un trapianto mai tentato prima in Italia – hanno rimesso a posto le cose. Inoltre, in un paziente post Covid, un trapianto di trachea non era mai stato eseguito in tutto il mondo. Ma andiamo con ordine. Claudio (lo chiameremo così per rispettare la sua privacy) dopo essersi ammalato di covid aveva trascorso giorni in terapia intensiva intubato. La sua trachea si era talmente assottigliata da rendergli impossibile la respirazione, di qui la scelta dei medici di procedere con un trapianto. L’intervento, del quale il policlinico Sant’Andrea ha dato notizia solo in questi giorni, si è tenuto il 2 marzo. A realizzarlo è stata la Chirurgia Toracica diretta da Erino Rendina, e in particolare dalla giovane chirurga Cecilia Menna, la trentacinquenne responsabile del Programma “Tracheal Replacement” del Sant’Andrea che ha condotto con il professor Rendina l’intervento in prima persona. Tutto è andato per il meglio e Claudio, 50 anni originario della Sicilia, immediatamente risvegliato è stato da subito in grado di respirare e parlare autonomamente. Così, dopo tre settimane di ricovero e un decorso post-operatorio regolare ha ripreso la sua vita, tornando al suo lavoro e alla sua città.

CIRCOLAZIONE EXTRACORPOREA

L’intervento chirurgico, che ha coinvolto 5 operatori ed è durato circa 4 ore e mezza, è stato condotto con sofisticate tecniche di anestesia, che hanno permesso di non instituire la circolazione extracorporea. La trachea malata è stata rimossa nella sua totalità e successivamente è iniziata la delicata fase di ricostruzione che ha previsto la sua sostituzione con un segmento di aorta toracica criopreservata presso la Fondazione Banca dei Tessuti di Treviso, diretta da Diletta Trojan e perfettamente adattabile alle dimensioni della via aerea del paziente. «Una delle criticità maggiori nella sostituzione della trachea, tubo rigido e pervio” spiega Cecilia Menna – “è il ripristino della sua rigidità: per questo abbiamo provveduto a inserire all’interno dell’aorta impiantata un cilindro di silicone, la cosiddetta protesi di Dumon, della lunghezza di 10 cm e ripristinato completamente la pervietà aerea, la respirazione, la fonazione e la deglutizione». Claudio è stato poi sottoposte a broncoscopie quotidiane per controllare il corretto posizionamento del cilindro di silicone e il buono stato di conservazione del graft aortico. Il suo decorso post-operatorio è stato regolare e dopo tre settimane dall’intervento è stato dimesso, senza la necessità di terapia immunosoppressiva, come avviene invece per gli altri trapianti d’organo, grazie alla scarsissima immunogenicità del graft aortico.

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