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Fake news, la storia della vitamina che non esiste

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“Le persone che hanno una carenza di vitamina B17 corrono il rischio di sviluppare un tumore”: questa informazione non è l’ultima scoperta di un laboratorio di ricerca, perché la vitamina B17 non esiste. Tuttavia, un esperimento sociale sulla comunicazione di notizie mediche infondate dimostra quanto sia facile far prendere piede a una bufala. Quando un gruppo di esperti ha provato a fare circolare questa notizia palesemente falsa, sono stati in pochi ad accorgersi dell’inganno. L’esperimento realizzato dall’Università del Kansas dimostra che difendersi dalle “fake news” è possibile, basta fare un po’ di attenzione.

Non è vero, ma ci credo, l’esperimento sulla B17

Hong Tien Vu e Yvonnes Chen, due professori del Dipartimento di giornalismo e comunicazione di massa dell’Università del Kansas, hanno condiviso con 750 persone otto diverse versioni di un articolo in cui si affermava che esiste una relazione tra carenza di vitamina B17 e cancro. In una versione si diceva che l’autrice fosse un medico e venivano brevemente descritte le sue credenziali; in un’altra versione l’autrice si presentava come la mamma di due bambini esperta in scrittura creativa; in un’altra versione ancora, come una lifestyle blogger, e così via. Anche lo stile di scrittura dell’articolo cambiava, in qualche caso era più giornalistico, in altri più colloquiale. Infine, alcune versioni dell’articolo includevano la segnalazione che l’informazione non era stata verificata. La reazione delle persone a cui erano state inviate le diverse versioni del testo sono state varie. I lettori che avevano maggiore esperienza nell’utilizzo dei social media hanno esaminato l’informazione con più attenzione e si sono mostrati meno propensi a condividerla. Coloro che erano molto interessati al tema della salute hanno generalmente condiviso il contenuto, indipendentemente dal fatto che fosse credibile o meno.

Fake news: come una bufala diventa vera

Gli autori dello studio hanno analizzato gli elementi che hanno inciso nella scelta dei partecipanti di condividere o meno la notizia. “Volevamo testare l’attenzione dedicata a due aspetti spesso messi in evidenza nei programmi di alfabetizzazione sui mezzi di comunicazione, le credenziali dell’autore e lo stile della scrittura, ma anche i segnali di allarme” ha detto il professor Vu. “I risultati ci dicono che prima di poterci affidare al pubblico nel distinguere le notizie vere da quelle false c’è ancora molta strada da fare. Stabilire la credibilità dell’informazione richiede un lavoro mentale. Quando si naviga sul web in genere si tende a fare affidamento sul fatto che siano le grandi aziende tecnologiche come Google o Facebook a verificare le notizie.”

È emerso che le credenziali dell’autore e il modo in cui era scritta la storia non hanno avuto un’influenza significativa su quanto questa sia stata percepita come credibile, sulla scelta di aderire alle raccomandazioni in essa suggerite o sul fatto di condividerla con altri. Va però sottolineato che coloro che vedevano che l’articolo era accompagnato da un qualche tipo di segnale di allarme (le cosiddette “red flag”) erano meno inclini a considerarlo credibile e a diffonderlo. “Ogni volta che vediamo un’informazione che è stata segnalata da un’azienda tecnologica come potenzialmente falsa, immediatamente il nostro livello di scetticismo si alza. Le grandi aziende tecnologiche hanno un ruolo veramente importante nell’assicurare che l’ambiente dell’informazione sia genuino e pulito” ha commentato il professor Vu. “Parlare di una vitamina che non esiste può sembrare innocuo, ma sono tante le persone che consumano tempo, soldi ed energie per delle cure inesistenti, e ciò può essere molto pericoloso, soprattutto se queste cure vengono considerate alternative ai consigli del medico.”

Difendersi dalle notizie false

Il primo elemento a cui fare attenzione è la fonte: Chi è l’autore? Quale rivista l’ha pubblicata? Nel campo della medicina, le nuove scoperte vengono pubblicate su riviste specializzate solo dopo che altri esperti sull’argomento hanno analizzato i dati e verificato la credibilità della ricerca (questo processo è chiamato “peer-review”, ossia “revisione tra pari”). Anche quando la notizia è ripresa dagli organi di stampa, dovrebbe sempre essere possibile risalire alla fonte originaria. Senza dubbio, le notizie diffuse da organismi internazionali e nazionali ufficialmente riconosciuti, hanno più autorevolezza rispetto al passaparola.

In secondo luogo, bisogna mettere in relazione quanto riportato nella notizia con quello che è già noto. Le nuove scoperte si basano su conoscenze già acquisite, non emergono dal nulla. Se una notizia è in contrasto con qualcosa di assodato da anni, forse è il caso di porsi qualche dubbio. Ad esempio, sarebbe difficile credere a un articolo se dicesse che avere livelli di colesterolo altissimi fa vivere dieci anni di più, poiché da anni è ormai noto a tutti che l’accumulo di colesterolo è un grave rischio per la salute. Se chi aveva ricevuto l’articolo sulla vitamina B17 si fosse chiesto “Cos’è la B17? Con una breve ricerca avrebbe scoperto che non esiste.

Un ultimo aspetto da considerare è il conflitto di interessi. Se una ricerca è sostenuta economicamente da un’industria, un’azienda o persone che hanno interesse a vedere confermata una determinata tesi, è più probabile che, nel momento di comunicare i risultati dell’indagine, siano messi in evidenza i dati che confermano l’esito sperato e tralasciati quelli che invece lo metterebbero in discussione. Le notizie infondate sono un importante problema sociale, gli strumenti per difendersi ci sono: se non si è sicuri di una notizia, meglio non condividerla, soprattutto se si tratta di salute.

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