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Diabete e paura degli aghi: i consigli dell’esperta

Diabete, le mani di alcuni bambini

Un recente studio ha analizzato i comportamenti di pazienti con malattie croniche, confermando un forte disagio verso gli aghi che colpisce fino al 43% i pazienti con diabete.
“I dati emersi dallo studio evidenziano quanto il paziente oltre a dover accettare la malattia cronica e le ripercussioni sullo stile di vita, deve anche convivere con la paura e il disagio conseguente alla terapia di cui non può fare a meno. La paura che i miei pazienti riportano – spiega Laura NOLLINO, Diabetologa c/o Unità Operativa Complessa di Malattie Endocrine del Ricambio della Nutrizione, Ospedale Cà Foncello di Treviso – non è associata al dolore provocato dall’ago, ma piuttosto alla paura stessa di sentire dolore e all’azione che rievoca il fatto di avere il diabete”.

Diabete e paura degli aghi

Nella review, oltre al diabete, sono state incluse altre malattie croniche che richiedono trattamenti salvavita quali ad esempio l’insufficienza renale cronica in dialisi. Lo studio sottolinea quanto la paura dell’ago sia un problema rilevante nelle malattie croniche e quanto sia indispensabile identificare i fattori che vi sono all’origine per lo sviluppo di trattamenti e soluzioni efficaci.
“Come per tutte le fobie, è utile rivolgersi ad un esperto psicoterapeuta soprattutto quando la paura è invalidante per il successo delle terapie farmacologiche. Parlare del problema serve a circoscriverlo, definirlo e razionalizzarlo. Spesso il paziente sa che la sua paura è immotivata, sproporzionata all’evento – spiega NOLLINO – ma non sa come gestirla. La terapia cognitivo comportamentale rappresenta un valido rimedio per le fobie perché attraverso alcune tecniche permette di vincere la paura”.

Come superare la paura

Si stima che circa il 10% delle persone sia agofobica con una sintomatologia che va dalla tachicardia, alle vertigini e nausea fino allo svenimento. C’è chi teme il dolore in seguito all’iniezione, chi ha paura della dimensione dell’ago o come conseguenza di un episodio negativo dopo una prima iniezione difficoltosa. Può manifestarsi per un prelievo di sangue, una vaccinazione o la somministrazione ripetuta di un farmaco, proprio come avviene nel caso di una malattia cronica come il diabete.
“E’ come se il gesto quotidiano dell’iniezione o del pungidito, risvegliasse nel paziente problematiche più sommerse e mai indagate, soprattutto per via della frequenza dell’uso degli aghi che si ripete almeno 8-10 volte al giorno e fino a 3mila volte all’ anno per una persona con diabete tipo 1. Una resistenza psicologica che può rappresentare uno dei fattori che concorrono alla riduzione dell’aderenza alla terapia e quindi alla buona riuscita del trattamento del diabete. Ci sono anche piccoli accorgimenti – continua NOLLINO – che aiutano a distrarre il paziente che si dimostra spaventato. Un esempio è quello di procedere alle rilevazioni della glicemia in modo rapido, scegliendo la profondità di puntura più confortevole in base al proprio spessore della pelle. In alcuni casi può essere utile pungere il polpastrello lateralmente o applicare lozioni emollienti che possono aiutare le zone fragili limitrofe. Per le iniezioni di insulina, invece, è altrettanto importante andare a colpo sicuro con aghi sottocutanei di lunghezza minima, cambiandoli a ogni iniezione per evitare microlesioni e cambiando sempre la zona del corpo dove inserire l’ago”.

Gestire il diabete senza aghi

La tecnologia, sempre più “intelligente”, può sostituire il sistema manuale degli aghi sia per la misurazione della glicemia sia per l’infusione di insulina. Il sistema più avanzato di monitoraggio è quello che misura in continuo i valori della glicemia ogni 5 minuti e che può annunciare con anticipo – senza stress per il paziente – quando è necessario intervenire sulla terapia (Dexcom G6).
A sostituire invece le iniezioni con le penne di insulina, sono stati progettati pratici e affidabili microinfusori patch (Omnipod) per la somministrazione di insulina, contribuendo a una gestione consapevole della malattia.
“Si è notevolmente evoluta la tecnologia per la gestione del diabete, basti pensare al POD che dura 3 giorni e che eroga per via sottocutanea l’insulina o al device per il monitoraggio in continuo della glicemia (CGM) che segnala la percentuale di tempo trascorso all’interno dell’intervallo glicemico. Avere queste informazioni in tempo reale, anche attraverso smartphone e smartwatch – conclude NOLLINO – significa avere la costante consapevolezza sui propri livelli glicemici e sapere come intervenire in anticipo e nel rispetto della privacy. Il nostro impegno è anche quello di contribuire a migliorare la qualità di vita dei nostri pazienti e microinfusori e sensori possono fare la differenza”.

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