Protesi al seno, il caso

Protesi al seno, il timore delle donne

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Un intervento di mastoplastica può aumentare il rischio di sviluppare un tumore? È la domanda che moltissime donne si stanno ponendo in questi giorni, preoccupate per la morte di una paziente (ad inizio anno) colpita da linfoma anaplastico a grandi cellule (associato, a quanto pare ad alcuni tipi di protesi al seno). Si tratta del primo caso registrato in Italia  e la paziente era in cura al Policlinico Umberto I di Roma. A destare preoccupazione, creando un vero e proprio caso, è l’associazione che fonti mediche (riprese da alcuni media) hanno fatto con la presenza di alcune particolari protesi. La donna a ottobre era stata sottoposta a un intervento di rimozione delle protesi, ma la malattia era già in stato molto avanzato e, nonostante le terapie, ha portato in poche settimane al decesso. L’impianto risaliva a 12 anni fa. Stando ai dati del ministero i casi di linfoma anaplastico a grandi cellule associato a protesi al seno in Italia sono saliti a 41, ma altri starebbero emergendo. Decessi, però, non si erano mai registrati.

IL MINISTRO

Giulia Grillo è intervenuta con decisione sul caso, spiegando che «la decisione di ritirare o meno dal commercio queste protesi verrà presa in base al parere che ci fornirà il Consiglio superiore di sanità» e «entro fine maggio vorrei riuscire a predisporre tutti gli atti necessari. Senza fare allarmismi – ha aggiunto il ministro – perché si parla di casi rarissimi, è corretto alzare l’attenzione e informare adeguatamente chi già ha avuto impiantata questa protesi e, soprattutto, chi nel futuro abbia intenzione di farlo». Per questo, ha proseguito, «sto prendendo seriamente la questione: non solo ho chiesto al Consiglio Superiore di Sanità un parere articolato su come approcciare la questione, ma ho chiesto anche di accelerare». Per quanto «il rischio sia basso, comunque esiste ed è giusto che, specialmente quando si tratta di un intervento voluttuario, si sappia che può esserci».

CONTROLLI ANNUALI

La vicenda merita la massima attenzione, ma non deve creare inutili allarmismi per tutte le donne che si sono sottoposte ad un intervento di mastoplastica additiva. Del resto, anche in Italia il potenziale rischio legato a particolari tipologie di protesi non è una novità. In una circolare del 2010 il Ministero della Salute aveva già invitato gli operatori sanitari a non usare le protesi ritirate precedentemente in Francia e di segnalare eventuali incidenti che avessero una possibile relazione con l’impianto di una di queste protesi. La direttiva è stata immediatamente recepita e i centri di eccellenza hanno messo in atto procedure utili a salvaguardare la salute delle donne: all’Istituto Europeo di Oncologia, per esempio, tutte le donne portatrici di protesi a rischio sono state contattate e invitate a recarsi presso IEO stesso per effettuare gratuitamente un’ecografia mammaria e una visita con il chirurgo plastico. E analoga procedura è stata seguita in altri ospedali. Proprio l’ecografia, da ripetere annualmente, è un valido strumento di controllo per poter valutare lo stato delle protesi impiantate. Sull’esigenza o meno di ritirare le protesi dal mercato italiano bisognerà aspettare che il ministero prenda una decisione.

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