Covid, il dna dei resistenti

Covid, gli scienziati guardano ai “resistenti” al virus

 

Chi sono i resistenti al virus? Se lo è chiesto Elena Dusi (La Repubblica) che ha intervistato Giuseppe Novelli, genetista e professore di genetica medica dell’università di Tor Vergata. La domanda dalla quale parte il ragionamento e lo studio di Novelli è molto semplice, e certamente se la saranno fatta anche molti lettori: perché ci sono famiglie nelle quali si ammala solo un coniuge, nonostante la vita assieme? Novelli ha scelto di provare a dare una risposta a questa domanda studiando la questione assieme ad alcuni del Covid Human Genetic Effort, partendo dall’ipotesi che possa esistere un gene che funzioni da scudo e che sia capace di rende alcune persone resistenti al contagio. Se così fosse, agli asintomatici, alle persone con sintomi lievi, a chi ha bisogno solo di ossigeno e chi di terapia intensiva si aggiungerebbe anche i resistenti.

COME PER l’HIV

Su Repubblica Novelli spiega che nel caso dell’HIV «esiste una delezione in un gene, il CCR5, che rende difettoso il recettore delle cellule per il virus. E’ come se la serratura non funzionasse e Hiv non riuscisse a entrare. In Europa questa variante genetica, valida solo per l’Aids, è diffusa nel 10% della popolazione, in Africa un po’ meno». Che possa essere così è per ora solo una supposizione, ma che esistano persone che non si ammalano nonostante il contatto stretto con persone infette è certo. L’ipotesi di fondo sulla quale si sta lavorando è che potrebbe esserci un gene che induce l’organismo a produrre un’importante quantità di interferone, che garantisce una forte risposta immunitaria. «Finora siamo riusciti a dimostrare il contrario – prosegue Novelli nell’Intervista a Repubblica – pubblicando lo studio su Science: le persone con una particolare variante genetica che ostacola la protezione di interferone tendono più spesso a ricadere nella categoria dei malati gravi. Oppure può accadere che una variante genetica blocchi la porta di accesso del virus, il recettore Ace2». Resta dunque una speranza per questa ricerca che, se confermasse i propri punti di partenza, offrirebbe un contributo importante nella lotta al Covid-19.

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